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| Editoria&dintorni | L’uomo che si innamorò della luna | |
L’altro West di SpanbuerNelle praterie libere della mente e del corpo
Cavalcando nella prateria, i cowboy di Brokeback Mountain incontrano e interagiscono con personaggi scaturiti dal realismo magico di Jorodowsky, i cui alter ego interpretano allegri uomini e donne usciti da un pellicola di Russ Meyer. Le inquadrature vengono decise da Sergio Leone, con ancora un ricordo alcolico dalla sera prima. Sia chiaro che il regista italiano non è presente direttamente nella trama, così come tutti gli altri riferimenti appena citati. Ma è questa la sensazione più netta che emerge dal quadro corale che l’autore dipinge con colori lisergici. E’ un viaggio appunto. La vicenda viene narrata in prima persona da Shed, un ragazzino a sangue misto che cresce nel bordello di Excellent con sua madre, una indiana Bannock. In un primo momento svolge mansioni di fatica; ma dopo la morte della madre scopre una vocazione alla prostituzione omosessuale, in cui opera con diligenza e dedizione. Da qui scaturiranno altri eventi che porteranno Shed lontano dal bordello natale, per intraprendere un viaggio in un West allucinato e psichedelico alla ricerca della propria identità. E’ un novello Telemaco alla ricerca del padre per trovare se stesso, con tanto di incontri mostruosi e prove da superare prima del ritorno a casa. Una volta tornato, si costituirà una famiglia fuori da qualsiasi schema possibile: “solo quando li ho persi tutti ho capito che non aveva nessuna importanza se le cose stavano in un modo o nell’altro”. Al di là delle vicende di Ida, Shed, Alma e Dellwood, traspare in modo chiaro la poetica dell’autore nel momento in cui fa dire proprio al suo protagonista che “la gente parla e le storie prendono forma, e che cos’è un essere umano senza una storia?”. La struttura stessa della narrazione si richiama alla tradizione orale epica, in cui i personaggi vengono quasi sempre introdotti dalle medesime locuzioni. La volontà di trasportare su carta i ritmi di un’ipotetica narrazione orale presenta in alcuni passaggi dei limiti, che rendono la lettura più difficoltosa. Anche perché rende espliciti i meccanismi e la struttura che andrebbero piuttosto ascoltati o rappresentati dal vivo. Il ritmo degli eventi viene scandito dalle ripetizioni di frasi che ne cambiano la temporalità gettando uno sguardo sul futuro o sul passato della storia di questa famiglia molto particolare. Di questa storia che diventa una fiaba epica, in cui “le storie vere sono quelle migliori” e le motivazioni, le emozioni, i sentimenti mai banali e scontati si scontrano con la realtà di emarginazione e disprezzo riservata sempre nei nostri tempi a tutti coloro che escono dalla norma sociale. Da qui l’uso di categorie che possono essere avvicinate al realismo magico, nei frangenti in cui si ha sensazione di leggere una fotografia ritoccata per far emergere dettagli altrimenti nascosti. Diventano così squarci anche sulla nostra quotidianità di lettori. Allora le storie sono talmente vere da apparire magiche: “parole che devono essere dette, parole che non devono essere ascoltate”. Quando Shed incontra la parte indiana della sua personale vicenda, è forse il momento più toccante del libro, in cui viene ripercorso l’orrore del genocidio perpetrato dal Governo degli Stati Uniti, quel vero e proprio macello compiuto in nome di un’America più libera. Shed cammina tra le macerie e conosce chi è rimasto in vita: la realtà si trasforma da magica a tragica.
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