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Le prigioni dell'ImperoViaggio nel mondo della “detenzione off-shore”
A partire dal gennaio 2002, iniziano ad affluire nel campo di detenzione cubano prigionieri catturati in Afghanistan prima e in Iraq poi. Solo a fine giugno 2004 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che “i tribunali americani hanno giurisdizione su Guantanamo e i prigionieri reclusi nella base navale hanno diritto di presentare domanda di habeas corpus per contestare la loro detenzione”. Questo significa che per circa due anni e mezzo quelle persone sono rimaste fuori dalla tutela del diritto che la stessa Amministrazione Bush afferma come uno dei punti di superiorità sul Terrorismo: è questa la tesi di Ratner e la Corte Suprema ha dato ragione al CCR che presentava ricorso contro la violazione di uno dei principi base del sistema legale anglosassone. Infatti l’habeas corpus fu approvato dal Parlamento inglese nel 1679 “affinché un tribunale ordini al pubblico ufficiale sotto la cui autorità una persona viene detenuta di portare il prigioniero davanti a una corte, per giustificare di fronte a quest’ultima la legalità della sua detenzione”. Storicamente servì per vietare il ricorso alla colonie penali lontane da parte del potere esecutivo e in questo modo far sparire le tracce di coloro che a quel potere si opponevano. Esattamente quello che il Presidente Bush e il suo entourage stanno riproponendo. A dimostrazione di questa affermazione, in appendice all’intervista sono pubblicati documenti ufficiali e note riservate che testimoniano il percorso intrapreso in nome della Libertà e della Democrazia. Come nel caso del Memorandum del 25 gennaio 2002 scambiato tra il consigliere Alberto R Gonzales (attuale Ministro della Giustizia del governo Bush) e Colin Powell in cui veniva discussa l’opportunità di applicare o meno la Convenzione di Ginevra. Emerge la visione dei Diritti Umani come ostacoli da evitare senza troppo clamore mediatico piuttosto che regole da rispettare e far rispettare. In questo come in altri documenti ed esternazioni pubbliche, viene introdotta la definizione di “nemico combattente” per non far rientrare le persone imprigionate sotto la definizione ufficiale di “prigioniero di guerra”: in questo modo gli Stati Uniti non sarebbero obbligati ad applicare il trattamento stabilito dalla Convenzione di Ginevra. Non sono considerati neppure alla stregua dei cittadini americani che hanno diritto di conoscere il reato per cui sono incarcerati, di avere un giusto processo e una difesa: questo perché sono cittadini stranieri accusati dall’Amministrazione Bush di terrorismo. Ciò che Reitner vuole sottolineare più volte nella sua lunga testimonianza è il fatto che quelle persone sono entrate in un “buco nero giudiziario”; inoltre secondo il CCR, il governo degli Stati Uniti ha agito al fuori di ogni diritto nazionale e internazionale, solamente sulla base di atti legali unilaterali promulgati dallo stesso governo. Allargando l’ambito del discorso, nel libro vengono messi in collegamento i prigionieri di Guantanamo con i fatti di Abu Ghraib, il campo di detenzione di Baghram in Afghanistan con la base Diego Garcia: vengono definiti come nodi della medesima rete di “prigioni off-shore” e vengono chiamati in causa i vertici politici degli Stati Uniti come responsabili di tale rete. Secondo Amnesty International e altre organizzazioni non governative, questi campi di detenzione sono un vero e proprio sistema organizzato dal governo degli Stati Uniti per gestire il flusso di prigionieri della guerra in Afghanistan e in Iraq (circa 10.000 solo nei primi mesi dell’operazione “Enduring Freedom”). E l’uso della tortura non risulta essere un caso isolato, bensì è parte integrante del sistema per ottenere informazioni e per reclutare eventuali agenti infiltrati nei territori islamici. Nel manuale della CIA sugli interrogatori del 1963 (Kubark manual) e reso pubblico nel 1997 sono indicate e “caldamente consigliate” molte delle pratiche che sono state “scoperte” nel carcere di Abu Ghraib in Iraq. Nelle fonti ufficiali, a Guantanamo vengono utilizzati strumenti e tecniche di “tensione e costrizione”, che risultano essere presenti sui manuali più recenti della CIA per gli interrogatori: come nel caso dei “nemici combattenti”, l’Amministrazione Bush agisce anche a livello semantico e linguistico per tentare di imporre una visione edulcorata delle proprie azioni agli organi indipendenti di controllo e di informazione. Al di là delle importanti considerazioni legali e giuridiche, il libro è un atto accusa nei confronti dell’azione del governo degli Stati Uniti e promuove una difesa della Costituzione americana e delle Convenzioni internazionali a tutela dei Diritti dell’Uomo. Si potrebbe dire che se davvero esiste una faglia di conflitto, questa sta all’interno del medesimo schieramento e mette in gioco le fondamenta morali ed etiche di ciò che viene comunemente definito sistema democratico. Il racconto preciso e puntuale nei riferimenti di Ratner chiama alle proprie responsabilità l’Amministrazione Bush: fino a paragonare le strutture come Guantanamo ai campi di prigionia istituiti dal regime nazista durante la seconda guerra mondiale e al tempo già denominati “campi d’interrogatorio”. La “sospensione del diritto” che si è venuta a creare rende necessaria una riflessione sulla legittimazione senza controllo della catena del comando: “chi controlla i controllori” diventa una esigenza prioritaria e il banco di prova di Guantanamo è un’occasione che un giorno potrebbe non presentarsi più. Michael Ratner, Ellen Ray
pubblicato su www.tgcom.it |
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