Il clown di Rushdie

Il romanzo epico rivive in chiave moderna

Quando viene scritta e pronunciata oggi, la parola “epica” diventa un passepartout attraverso il quale transitano molte definizioni e riferimenti: dai poemi classici dell’antichità alle imprese sportive di ogni domenica. E’ un termine quindi difficile da accostare ad un romanzo moderno, ma l’ultima opera di Salman Rushdie, “Shalimar il clown” (tit. or. Shalimar the clown), è “ampia narrazione poetica di gesta eroiche”, dunque epica. E’ il tentativo di raccontare la verità narrativa del nostro periodo storico e convulso. Non ne è la riduzione letteraria, appare piuttosto come la costruzione di una nuova poetica, adeguata ai tempi. La lettura del libro lascerà frastornati alcuni, delusi altri, entusiasti oppure perplessi, mai indifferenti.

Le gesta dei protagonisti sono punto di arrivo e di partenza per vicende storiche più note; nella finzione letteraria i protagonisti stessi ne diventano motore principale, come nel caso di uno dei principali attori, Max Ophuls. Non è la Storia ufficiale che noi conosciamo, ma è come se fosse perché “la verità è sempre la verità”. Gli elementi di finzione e quelli di realtà storica si richiamano, si incatenano in un unicum difficilmente scindibile come nelle migliori tradizioni orali antiche. Rushdie viene considerato il capostipite della nuova generazione di romanzieri indiani anglofoni: se le radici di questo romanzo affondano nei potenti poemi dell’India, il frutto è contaminato dalla cultura pop dell’Occidente. Lo stile stesso di quest’ultimo romanzo scorre in modo fluido dalla Los Angeles degli anni Novanta al lontano paesino di Pachigam, nel Kashmir di metà Novecento: i luoghi dell’azione non sono semplicemente geograficamente lontani, sono luoghi dell’anima distanti che vengono amalgamati dall’unità del racconto.

L’ironia e la poesia sono presenti in ugual misura come in Omero sono presenti Ulisse e Andromaca. Non appaia come paragone eccessivo, perché l’uso di Rashdie è preciso e adeguato ad ogni situazione narrata, i riferimenti echeggiati giungono da contesti diversi, epoche remote e attualità già dimenticate. La vicenda di Rodney King convive a poche pagine di distanza dal Mahabharata, in modo del tutto legittimo e naturale. Non solo i riferimenti, ma i personaggi stessi vivono situazioni minime come il litigio tra due capivillaggio e momenti fondamentali quali l’alleanza storica tra India e Stati Uniti; partecipano in prima persona alla Resistenza francese e diventano fondamentalisti islamici. Sono eroi che attraversano la realtà con la consapevolezza che la loro storia non è niente altro che lo specchio dell’altra Storia, sono uomini e donne che sanno perché “solo l’Uomo conoscendo il bene, può far il male”.

I personaggi del romanzo (anche i minori) vengono seguiti con attenzione dall’inizio alla fine, lo sviluppo è paziente e l’Autore non esita a trattarli con disprezzo, con amore o con timore secondo i casi. La voce narrante diventa altro dalle loro coscienze, emozioni e azioni che si svolgono a prescindere da quello che Rushdie vorrebbe. In questo rapporto, l’Amore e la Morte diventano vene e arterie del medesimo sistema circolatorio, sono vettori di forza che vengono scambiati come ideali frutto di un’ideologia. Shalimar uccide per Allah, per amore, per vendetta o per onore: distinguere non è possibile, perché il destino di Shalimar è ineluttabile. Se India, la figlia di Max Ophuls, si trasforma in Elektra stile Marvel, non stupisca che il clown possa essere un perfetto assassino.

Giocando agli incastri, Rushdie costruisce scatole cinesi in cui è comunque difficile perdersi. Il racconto dell’amore tra Shalimar e Boonyi, causa scatenante di tutta la storia, viene assimilato alle leggende più lontane nel passato dell’India, i Mullah che contribuirono a far scoppiare la guerra in Kashmir sono di metallo: la magia e l’incanto entrano ed escono dalla trama senza interruzione così come la ferocia della realtà di un conflitto tuttora in corso. I morti che ritornano e i viventi senza più corpo sono elementi necessari per narrare la realtà che supera la capacità di comprenderla, per raffigurare tempi non più “normali”. Proprio questo dovrebbe essere lo scopo ultimo dell’epica: ritrovarsi tutti nel racconto in cui poter riconoscersi e in cui rintracciare l’eccezionalità di un periodo storico.

“E’ finito il tempo delle profezie, perchè quello che sta per arrivare è così terribile che nessun profeta troverà le parole per dirlo”.

Salman Rushdie
Shalimar il clown
Mondatori
Pagine 465
Euro 19

pubblicato su www.tgcom.it

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