A scuola di Rom. Fotografie di Alessandro Acito
A scuola di Rom. Fotografie di Alessandro Acito

Nel 1993 predicavo tolleranza e antirazzismo. Aveva appena finito il secondo anno della scuola di fotografia. Stampavo in bianco e nero in un vecchio magazzino ammuffito e senza riscaldamento a Figino. E avevo comprato la mia prima vera macchina fotografica.
C’erano queste roulotte lungo le strade. I bambini nudi. Le mercedes. I rifiuti dappertutto.
“Ma come si fa a vivere così… Gli devono togliere i bambini… Rubano e sporcano, mandateli via”.
Erano le parole dei miei simili. Loro, gli altri, gli zingari, quelli sporchi, inevitabilmente avevano le mie simpatie ribelli. Diversi dalla normalità assassina che mi circondava e da cui teoricamente fuggivo. Letteralmente antisistema. Da fotografare. Splendido e coerente esercizio per la mia passione.
E allora chiamai l’Opera Nomadi. “Scusi vorrei andare a fare delle fotografie nei campi nomadi”. Carta da scrivere. Persone da incontrare. Spiegazioni da dare. Mi passava la voglia. Questa era la rassicurante strada istituzionale.
E se ci andassi? E allora ci vado. Entro e mi presento. Se spiego, se parlo, tutto si risolve.
Con la macchina vado nel primo campo che vedo. Rallento. Che faccio entro? Cazzo e se è pericoloso. Che faccio? Vabbè ormai son qua entro tanto il portafoglio l’ho lasciato a casa …
E così passai settimane nei campi a giovare con quei bambini che non ti lasciano mai e che quando dimenticavo qualcosa da qualche parte nel campo me lo riportavano. Le paure e i timori della diversità sparivano.
L’automobile iniziò a restare aperta. Mangiavo con loro. Ascoltavo i loro racconti. Scattavo. Sempre più vicino. Sempre più a mio agio. Mi invitarono a un matrimonio. Gli sposi arrivavano dall’Ungheria. Lui aveva 15 anni e lei 14. Furono tre giorni di baldoria incredibile.
L’impavido teorico dell’antirazzismo scomparve. I loro luoghi comuni e i nostri sono legittimi. Le loro paure e le nostre esistono. Ma la geografia umana è sempre varia. Prego affinché il nomadismo continui ad esistere. Ma è difficile per le società stanziali poterlo accettare e saperlo comprendere.
Io sono contento di essere riuscito a mescolarmi con loro.

testo e fotografie di Alessandro Acito

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Birmania, Sittwe, mercato del pesce
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